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 Peccato originale - Parte I Riduci

CEBACO


Cesano Baggio Corsico. Questo è il significato della sigla della società (o qualunque cosa fosse): la CeBaCo Rugby. Fondata nella prima metà degli anni settanta su iniziativa di un paio di amatori sportivi, era ben vista dai comitati di quartiere quale possibile sfogo per i giovani: era di fatto l’unica alternativa per chi non gradiva il calcio. Di campi e di associazioni calcistiche nella zona ve n’erano parecchi, ma per giocare a rugby o andavi a Milano o a Cesano Boscone. Lì, in un terreno avuto a “qualche titolo” dalla società immobiliare proprietaria, che possedeva ben quattro interi quartieri, era stato ricavato un campo da gioco. Ed invece delle classiche porte da calcio, vi avevano piazzato due attrezzi a forma di acca: due enormi acca. Le porte da rugby.

Cesano e Corsico sono due comuni della periferia ovest, stretti tra la grande tangenziale, all’epoca in costruzione, e la città. I loro confini sono talmente intrecciati, a volte come in un vero e proprio zig-zag tra strade e case, che mezza chiesa è in territorio di Cesano e mezza in quello di Corsico. Per sostituire le sale negli scantinati che venivano usate dai fedeli nei primi anni del nuovo grande quartiere, hanno costruito una chiesa prefabbricata proprio sui confini dei comuni. Insieme a Baggio, un vecchio paese negli anni inglobato nella città, Cesano e Corsico costituiscono uno dei maggiori punti di concentrazione di lavoratori immigrati dal meridione; il primato, forse, spettava all’epoca a Rozzano, situato un pò più a sud ovest, ma i grandi quartieri dormitorio di Cesano e Corsico non erano da meno. Paesi con vaste aree di edilizia popolare ed ad alto tasso di criminalità….

I ragazzi della squadra maggiore di rugby provenivano da una vasta zona dei dintorni, quelli che potevano muoversi in motocicletta o in macchina, A112, Simca o Ritmo, per lo più. Mentre i ragazzi più piccoli erano tutti, o quasi, dei quartieri citati nella sigla della squadra. Anche Antonio abitava poco distante dal campetto: si era iscritto da poco, su pressante invito di Giuseppe, il primo amico che si era fatto su al nord. Era arrivato circa sei mesi prima dalla provincia di Caserta, Non aveva ancora compiuto sedici anni, quando perse i genitori ed il fratello maggiore sotto i colpi di una banda camorristica, una banda rivale di quella a cui era legato suo padre. Fu suo zio materno, Pasquale, da anni residente a Cesano, a volerlo al nord, facendogli abbandonare la fidanzata Maria, che da poco aveva messo incinta. Lassù al nord, avrebbe sistemato ogni cosa e finanche trovato un bel lavoro, per poi farsi raggiungere dalla ragazza e così sposarsi. Tutto bello, tutto facile, come in un fotoromanzo. Ma le cose divennero subito più complicate del previsto.

Gli allenamenti erano fissati per tre sere alla settimana, della durata di circa due ore, ad iniziare dalle diciannove. Poi, alla domenica mattina, c’erano le partite del torneo provinciale. La maggior parte delle squadre erano però della città, dove la tradizione rugbistica era molto più radicata ed anche c’era molta più disponibilità di soldi. La CeBaCo, invece, era vista come un’accozzaglia di pezzenti. Una volta, ad un torneo che si svolgeva presso lo storico impianto Giuriati, le mamme della squadra ospitante fecero un’incursione dentro gli spogliatoi alla ricerca di magliette ed altri effetti che i giocatori locali non riuscivano più a trovare. Dunque, non potevano che essere stati quei ladri di Baggio, andiamo a prenderli, doveva essere stato il loro immediato primo pensiero. Ma ovviamente non trovarono nulla, forse semplicemente perché alcuni dei nostri erano si dei ladri, ma mica tanto stolti da farsi trovare con le mani nel sacco.

Il vizio di andare “a ravanare” gli armadietti era abbastanza diffuso, in effetti, tra gli “atleti” del quartiere. In parte, forse, era anche a causa di una gelosia verso i ragazzi delle altre squadre più organizzate, una specie di senso di inferiorità sociale, che li portava a compiere piccoli atti di vendetta. Antonio, in particolare, aveva un’innata capacità di aprire serrature e lucchetti senza lasciare tracce. Anche se mosso da motivazione ben diverse, i primi a sperimentarne l’abilità furono proprio i giocatori del centro Giuriati, ma loro non l’avrebbero saputo mai.

E neppure i compagni di Antonio. Già, perché anche gli striminziti armadietti dello scantinato di Bosco 4 (il quartiere di Cesano che ospitava gli spogliatoi CeBaCo), sperimentarono il tocco del Lupin casertano.

Era fatto così: faccia d’angelo che ispira fiducia, ma sguardo da furbetto, di quelli che quando meno te lo aspetti, te la fanno da sotto il naso. Con quella sua frangetta da sbruffoncello… In particolare, Antonio, prendeva di mira un paio di ragazzini della squadra minore, i pulcini, a cui sottraeva qualche spicciolo per passare la serata attaccato al videogioco del bar vicino.

Era appassionato di Space Invaders e si era ripromesso di arrivare a colpire l’astronave da trecento punti. Ma per farlo doveva fare molta pratica, per cui gli servivano sempre degli spiccioli, che ovviamente non poteva chiedere allo zio. Già lo zio, quello che lo ospitava ma anche quello che si tratteneva tutta la sua paga di bracciante presso il locale negozio di alimentari. Lo faccio per il tuo bene, per il tuo futuro, diceva. Mica vorrai bruciarli tutti in “minchiate”, tu! Presto avrai un figlio.

La squadra di rugby, la cui iscrizione costava una cifra veramente esigua, era l’unico diversivo al lavoro ed al bar. Pasquale ne era contento: così resti fuori dai guai ed intanto fai della buona ginnastica, gli aveva detto una volta. Antonio, convinto ad iscriversi dagli amici, vi trovò un ottimo modo per sfogare la rabbia che portava dentro.

Infatti, per quanto cercasse di non pensare al grave lutto che lo ha colpito, non c’era giorno che non sbottasse contro qualcosa o qualcuno. Fortunatamente sul lavoro imparò presto a controllarsi, ma ne fecero le spese i ragazzi della compagnia del quartiere, con cui provava a giocare al pallone nel campetto posto al centro dei grandi palazzoni marroni. Un giorno Giuseppe, dopo averlo visto scherzare troppo pesantemente durante un gioco di mischia, gli chiese di andare con lui “a menar le mani” sul campo da rugby. Detto, fatto: due allenamenti di prova furono sufficienti perché al ragazzo piacesse il tipo di gioco

 

Come solitamente accadeva, Antonio era l’ultimo ad uscire dagli spogliatoi, lasciandosi dietro solo il vecchio Pepe, una specie di tutto fare che alla sera pulisce, o meglio, dovrebbe pulire, gli angusti spazi ricavati nel seminterrato del grande palazzone lineare.

Una sera Antonio si ritrovò particolarmente contento perchè, oltre ai soliti spiccioli presi ai due tre sfigati di turno, era riuscito a trovare il modo di domare la serratura dell'ultimo mobiletto in fondo allo stanzone. Proprio quello attorno al quale, di recente, aveva visto due o tre tipi forestieri, conoscenti di Gennaro, il capitano della squadra maggiore, parlottare tra loro, comportandosi in modo strano.

Ci aveva provato per due volte di fila, inutilmente, fino a quella sera, quando, del tutto inaspettatamente, vi aveva trovato un enorme borsone da viaggio, proprio sotto alla sacca dove Gennaro teneva i suoi panni sudaticci e maleodoranti. Quella grande borsa, il cui costo doveva essere di almeno ventimila lire, ben più di una normale borsa sportiva, attirò subito la sua attenzione. Aveva una doppia chiusura rinforzata e affrancata da un lucchetto dall'apparenza molto robusto; anche i due grandi manici erano molto forti, in grado di sostenere pesi elevati.

Peccato solo che quella volta il tempo a disposizione fosse già scaduto da qualche momento: soffermarsi ulteriormente per indagare su quella misteriosa sacca, avrebbe significato meritarsi il rimprovero del vecchio Pepe, prima, e dell'allenatore, poi in campo. Dunque, uscì di corsa pensando che l'indomani la sacca sarebbe stata ancora in quel posto. Non gli restava che trovare una scusa qualsiasi per tornare negli spogliatoi il giorno dell'allenamento della squadra maggiore. Ma il giorno dopo, la borsa non c'era più

 

La borsa non c’era più neppure tutte le volte che la settimana successiva ebbe aperto quel mobiletto, il cui lucchetto non aveva più segreti per lui. Anche se era conscio dei rischi che correva ad andare a trafficare su quel mobiletto quasi ad ogni allenamento, lo faceva comunque perchè quella grande borsa scura era diventata la sua ossessione.

Aveva perfino smesso di rubare gli spiccioli per il videogame, tanta era la bramosia che aveva verso l’armadietto di Gennaro ed il suo contenuto. Quasi quasi aveva voglia di parlarne con il suo amico Giuseppe, ma questo avrebbe comportato il doversi svelare come topo da spogliatoio, e, anche se in altri contesti questo sarebbe stato motivo di grande vanto, non avrebbe voluto dare questa delusione all'amico che lo fece inserire nella compagnia.

Voleva parlarne perché era forte e pressante la necessità di avere un confronto con qualcuno su quello che più probabilmente era chiuso dentro a quella grande borsa.

Mille le supposizioni fatte in quella settimana, visto che si ritrovava a pensarci più e più volte al giorno, soprattutto nei momenti di tranquillità. Come ad esempio al lavoro durante le piccole pause per fumare. Quasi sempre loquace con la sigaretta in mano, Michele, l'altro ragazzo che lavora con lui al negozio, stava quasi per preoccuparsi per i lunghi momenti in cui vedeva Antonio con lo sguardo assente, con la mente evidentemente altrove. Solo un paio di forti pacche sulle spalle potevano farlo ritornare presente e pronto a riprendere a lavorare; e a nulla servivano le continue interrogazioni circa i pensieri che frullavano nella sua testa dura.

D'un tratto, un tardo pomeriggio mentre stavano fumando nel torrido sottoscala che porta al magazzino, Antonio se ne uscì con una domanda alquanto strana, quasi infantile: tu hai mai fumato l'erba?

Già l'erba, ecco l'idea fissa che lo stava assillando da giorni.

E poi, ancora: ma quanto costa l'erba, dove la trovi l'erba, l'hai mai venduta, chi la vende in zona... Una serie di domande cui Michele si divertì a dare come risposte quello che sapeva: si, l'ho fumata qualche volta, un sacchettino da duecento grammi vale circa cinquanta mila lire, per comprarla devi andare fuori Cesano, forse a Corsico c'è qualcuno, sicuramente alla Barona o anche a Greco, la trovi facile. La vendono principalmente degli spacciatori locali più o meno indipendenti, ma i grossi carichi pare siano in mano a della gente mafiosa, come tutti i giri lucrosi.

Ma, come mai queste domande, fu la logica conclusione del discorso di Michele, cui il collega, quasi un amico oramai, rispose: forse rimedio qualche chilo di roba; poi mi aiuti a venderla?

Cosa cavolo stava macchinando questo giovane terrone, fu il pensiero del ragazzo più vecchio. Certo, se c'era da fare i soldi, poteva contare su di lui.

 

Con il torneo di rugby oramai alla fine, che dunque poteva dare ben poche emozioni ai ragazzi della Ce.B.aCo., destinati ad arrivare ancora secondi, dietro i soliti imprendibili di Lissone, una sera di primavera inoltrata, Antonio era in casa a fissare la pioggia dalla finestra di casa. Aveva detto quelle cose a Michele, ora aveva un socio in affari e forse a breve avrebbe avuto modo di ricambiare il grande favore allo zio Pasquale.

L'aveva portato via da una situazione pericolosa: pur avendo dovuto abbandonare la sua donna incinta, ora si sentiva al sicuro. Dopo esser stato qualche settimana da altri parenti in provincia di Caserta, avevano intuito che la situazione li giù era compromessa: troppo alto il rischio di cadere ancora sotto i colpi della camorra che poteva vedere in lui una possibile minaccia. Unico testimone miracolosamente scampato al massacro dei genitori. Per cui si trasferì al nord, lontano alla sua donna, cacciata di casa da un padre all'antica, che se avesse potuto mettere anche lui le mani su Antonio....

Ora la ragazza viveva con una vecchia zia materna, che era una donna moderna per quei luoghi e quei tempi. Una vita dura, da soli. Ma forse ora grazie al colpo che progettava, qualcosa sarebbe potuto cambiare. Certo non molto, ma magari i soldi per una casa in affitto da soli, per loro due...

 

Completamente assorbito in quei pensieri, fissava le goccioline solcare i vetri, quando la sua attenzione venne catturata dalle figure di due tizi che si stavano muovendo nella direzione della scalinata che porta giù agli spogliatoi della Ce.Ba:Co.

Aveva deciso che, visto il maltempo, non si sarebbe presentato all'allenamento, ma quando riconobbe in quei due uomini i tizi che una decina di giorni prima parlarono con Gennaro davanti alla grande borsa nera, Antonio corse a prendere la sua sacca con gli indumenti sportivi. Mentre si avvicinava a passo spedito verso quella scalinata che poco prima stava osservando dal quarto piano del palazzo di fronte, il pensiero gli tornò nuovamente su cosa avrebbe potuto fare di quella borsa, sempre che fosse tornata in quel mobiletto.

Si rese conto, però che gli servivano delle scuse: per giustificare il ritardo, per poter restare più a lungo negli spogliatoi, per poter abbandonare il posto nel caso avessero trovato qualcosa di interessante. Mentalmente predispose un piano che dopo qualche veloce ragionamento gli parve essere un buon piano, in grado di evitargli problemi con Pepe e chiunque altro avesse incrociato in quei locali.

 

Quando raggiunse le scale, trasalì per qualche istante, mentre incrociò Gennaro e i due tizi. Lui vestito con la classica maglia da rugby a strisce bianche e verdi orizzontali, gli altri in abiti scuri, che bene si intonavano alla serietà dei loro volti. Anzi, pareva più che avessero un piglio severo, molto più che serio. Anche il ragazzo in shorts, il capitano, solitamente espansivo e prodigo di pacche a mo’ di saluto, quella volta nemmeno guardò in faccia il suo giovane compagno di squadra incrociandolo sulle scale. Tanta tensione non poté che colpire l'attenzione di Antonio, che si dovette spostare lateralmente per far passare il terzetto. Sicuramente deve essere successo qualcosa, fu il suo pensiero di quei momenti.

Una volta entrato nell'atrio, incrociò lo sguardo incuriosito del vecchio tuttofare. Non sto bene, forse non mi alleno, disse il ragazzo per scusare il proprio ritardo nei confronti di quel signore che da anni preferiva seguire la squadra piuttosto che dover dare retta alla vecchia moglie alcolizzata. Il vecchio gli rispose solo con un lieve cenno della testa.

 

Nelle umide sale del seminterrato, Antonio vi trovò un ragazzo, da solo, intento a chiudere il proprio armadietto, pronto a tuffarsi nelle sempre ampie ed abbondanti pozzanghere che il campetto genera quando piove per più di un paio d'ore.

Non dire al mister che mi hai visto, mi sa tanto che torno a casa, mi viene da vomitare.

Dicendogli queste parole, studiate ad arte sul momento, Antonio si diresse verso i bagni, posti lontano dal suo armadietto ma vicino a quello di Gennaro, quello che di li a poco avrebbe aperto in pochi istanti. 

Quando sentì il ragazzo lasciare la stanza, restò qualche secondo ad ascoltare il fragoroso rumore dei tacchetti sul pavimento prima, e sui gradini delle scale, poi.

Ora aveva campo libero, Pepe se ne sarebbe rimasto seduto sulla sedia a pochi passi dall'ingresso, probabilmente intento ad ingrassare gli ovali palloni in cuoio o meglio a schiacciare un pisolino. Poteva quindi dar sfoggio della propria abilità manuale nell'aprire le serrature; peccato per l'assenza di un pubblico in grado di apprezzare i suoi miglioramenti, attuati negli ultimi mesi. Ma, ovviamente, era meglio così...

 

Non ci poteva quasi credere: pensò armeggiando con il lucchetto.

Era già da alcuni giorni che aveva smesso di fantasticare su quella borsa, ed ora, ne avrebbe scoperto il contenuto. Finalmente avrebbe potuto capire se i suoi piani avevano un benché minimo fondamento. Quasi gli tremavano le mani.

Ancora un tocco, divaricando i due ferretti che aveva appositamente studiato e predisposto, e... Ecco la borsa nera, là sul fondo del mobiletto. L'avevano riportata!

Respirò a fondo riempiendosi le narici degli odori dello spogliatoio, un misto di muffa per l'umidità proveniente dalle docce, e di vestiti stantii e sudaticci che qualcuno dei ragazzi aveva lasciato sulle panche. Si girò per controllarsi alle spalle: aveva poco tempo a disposizione per farsi rivedere da Pepe senza far destare il minimo sospetto. Il piano prevedeva, visto che non poteva uscire con la borsa in mano, di farla passare dalla parte superiore dell’ampio finestrone della stanza che solitamente resta sempre aperto. Poi avrebbe recuperato la borsa dall'interrato cui si affacciava la grande finestra, ricavata sotto il balcone dell'appartamento sovrastante. La borsa sarebbe finita in un punto abbastanza sicuro, al riparo da occhi indiscreti. Certo però, per recuperarla in condizioni di maggior sicurezza avrebbe dovuto aspettare qualche minuto, in modo che la luce solare fosse definitivamente diventata incapace di illuminarlo.

I rischi di quell’operazione erano tutti connessi ad un’improvvisata dei tre personaggi incontrati poco prima sulle scale d'ingresso. Se Gennaro fosse rientrato prima dall'allenamento o gli altri due uomini per qualche ragione fossero ritornati sui loro passi prima che Antonio avesse recuperato la borsa e si fosse dileguato, tutto sarebbe stato compromesso irrimediabilmente. Ovvio, non doveva farsi vedere in giro con quella borsa. Per questo, in vista di quel momento, da qualche giorno aveva sfoggiato davanti ai compagni di squadra una nuova e più capiente sacca sportiva. In grado di contenervi quella nera.

 

Era giunto, dunque, il momento di mettere in pratica quanto studiato. Sulla carta tutto facile, in realtà no. Prima di riuscire a richiudere silenziosamente lo sportello, dovette rendersi conto di quanto cavolo pesasse quella dannata borsa, che aveva così a lungo agognato. Fece una tremenda fatica solo per appoggiarla alla panca...

Si voltò a guardare l'altezza del finestrone a ribalta, sopra il quale avrebbe dovuto far scivolare quel macigno. Ma non aveva molto tempo, doveva agire, e farlo subito. Così corse in bagno ad aprire lo sciacquone del cesso, poi tornò di là, prese la borsa con entrambe le mani, salì sulla panca posta sotto la grande finestra, e sollevò con uno sforzo tremendo la maledetta borsa, portandosela sopra la testa. In punta di piedi riuscì a farle superare il bordo della grande anta in vetro rinforzato, e fece scivolare la borsa, lasciandola cadere sul selciato all'esterno. La sacca cadde con un tonfo sordo, comunque coperto dal fragore delle tubature degli scarichi dei vecchi cessi. Per questo era abbastanza sicuro che nessuno l'avesse sentito.

 

Dopo aver salutato Pepe, dicendo che sarebbe tornato a casa per via del forte vomito, si lasciò alle spalle la porta con l'insegna Ce.Ba.Co.. Fortunatamente, le grandi nuvole cariche di pioggia avevano praticamente anticipato il calar dell'oscurità; così non era più necessario andare a nascondersi per attendere il momento migliore per recuperare la borsa nascosta sotto il balcone.

Prese il piccolo cancello che dà sulla strada, come per tornare a casa; ma dopo qualche metro, entrò nel portone le cui scale sono vicine al punto in cui la borsa nera stava prendendo l'acqua. Un veloce sguardo attorno e, oplà, scavalcò la fioriera per saltare nel piccolo giardino prospiciente il grande palazzo lineare.

Coperto dalle siepi in direzione della strada, scivolò verso il muro e si trovò a pochi passi dalla borsa, che era caduta proprio sotto la grande finestra dello spogliatoio.

L'agguantò con uno scatto veloce che gli fece dimenticare il peso enorme della borsa. La tirò su da terra apparentemente senza troppa fatica, talmente forte era la bramosia di entrarne in possesso e farla sua, portandosela in luogo sicuro. Ora poteva andare a casa, nascondendo il suo prezioso bottino nella nuova sacca sportiva.

 

Dopo cena, dopo essersi accomiatato dagli zii, Antonio si chiuse nella cameretta per esplorare il tesoro. Con la stessa agitazione con cui da bambino apriva i regali di Natale, seduto sul letto, iniziò ad armeggiare con il lucchetto a combinazione che chiudeva la grande cerniera.

Aprirla fu per lui una nuova ed eccitante sfida, della durata di qualche minuto. Ora era davvero il momento topico di scovarne finalmente il contenuto.

Con le mani quasi tremanti, fece un ultimo tiro alla sigaretta, che spense nervosamente nel piccolo posacenere sul comodino. Aprì delicatamente la cerniera, abbassandosi con il viso con l'intento di percepire un qualche odore di erba. Non conosceva l'odore della marjuana, ma aveva sempre immaginato che questa avesse un forte profumo, come quello di una campo fiorito, tutto concentrato in un sacchetto. Le sue narici, però, non lo avvisarono della presenza di alcun particolare odore, se non quello tipico delle borse nuove appena comprate. Spostò la fodera di protezione posta sotto la cerniera, e vide un grande sacco di plastica color cachi. Ci siamo, pensò.

 

Estrasse il sacco, il cui peso e la consistenza al tatto, gli fecero abbandonare l'idea della maria, di tanti pacchetti sodi, pieni e ben disposti dentro la sacca. Restò allora qualche secondo a contemplare il sacco dalla forma amorfa, appoggiato sul letto. La grande borsa nera smise di destare la sua attenzione. Ora era tutta rivolta al nuovo sacco misterioso. Questo era sigillato su tutti i lati, per cui per poterlo aprire dovette ricorrere al piccolo coltellino a serramanico, avuto in regalo da suo padre in occasione del suo decimo compleanno.

Molto probabilmente, dunque, non avrebbe trovato dei sacchetti d'erba, che avrebbero dovuto apparire morbidi e più leggeri. Forse si trattava di qualche panetto di droga pesante, pensò, mentre iniziò a tagliare un lato del sacco. Chissà come avrei potuto piazzare da solo un simile carico, si crucciò per qualche momento soltanto, dato che tali pensieri e preoccupazioni furono spazzati via in un solo istante dalla vista del reale contenuto del suo bottino. Non poteva crederci.

 

Restò senza respirare per un lasso di tempo indefinito, completamente immobilizzato, quasi tramortito. Era lo shock dovuto alla vista di una quantità enorme di mazzette di banconote, organizzate in piccoli mattoncini, tenuti saldi da fascette di carta. Quelli da dieci, tantissimi, ma anche molti da venti cinquanta ed addirittura cento mila lire. Impossibile poter darne una valutazione ad occhio, anche se, riprendendosi dal trance, Antonio esclamò: "Saranno cento milioni!".

D'improvviso fu preda di una ridda di pensieri che gli scorazzavano per la mente. Si sentiva come quella sua anziana e povera maestra, impietrita davanti alla “banda” di pestiferi e ribelli bambini, che devasta la classe della scuola. Come la donna frastornata in quell’aula chiassosa, il suo cervello faticava a catalogare i veloci lampi che l'attraversavano.

Di chi sono, a cosa servono, cosa ne faccio io, come farò... E Gennaro, i due tipi loschi, forse già mi stanno cercando. Pepe, gli avrà detto qualcosa, qualcuno mi avrà visto con la borsa, mi verranno a prendere.

Una serie di febbrili corse da un capo all'altro dell’aula: il bimbo più pestifero di tutti, che ancora si sta facendo rincorrere dalle maestre e dalle suore, giunte a dar manforte per riportare la calma in quella stanza di caos….

Si sdraiò sul letto, a fissare il soffitto, mentre con una mano accarezzava un paio di mazzette di banconote. Ora il suo olfatto molto sensibile poteva riconoscere l'odore dei soldi distinguersi nettamente dagli altri odori nella camera. L'odore di plastica misto a gomma della borsa nuova; quello, inconfondibile, delle sue scarpe Superga che un tempo erano di colore bianco ed ora avevano una tonalità indefinita; e ancora perfino il profumo del Tide usato dalla zia per lavare le tende, che si mescolava all'aroma di tabacco del pacchetto di sigarette Stop, lasciato aperto sul comodino. Ma quello più particolare era uno solo: l'odore dei soldi. I suoi, tanti, molti, soldi…

Mentre assaporava mentalmente tutti quegli afrori, riuscì a riconquistare quella calma e quella lucidità basilari per elaborare un nuovo piano d'azione. Come nei film in cui Connery-James Bond riesce sempre a districarsi, con la sua tipica classe inglese, dalle situazioni più complicate e compromettenti, allo stesso modo Antonio era certo che sarebbe riuscito a portare a buon fine questa avventura. Già, dall'alto dei suoi diciotto anni, quella situazione gli pareva un'avventura a lieto fine, piuttosto che un brutto guaio. Perchè, in realtà, di questo si trattava: di un brutto e pericoloso guaio, un gioco più grande di lui, che presto gli si sarebbe svelato in tutta la sua tragica realtà.

 

Era abbastanza probabile, immaginò, che proprio in quegli istanti, il clima negli spogliatoi della CeBaCo rugby fosse molto pesante, con un gran via vai di tipi loschi in mezzo ai ragazzi intenti a rivestirsi facendosi ognuno i cazzi suoi. Gennaro, o era invischiato in prima persona in un giro losco o forse era solo una pedina, un piccolo elemento di un grande ingranaggio. Vista la spavalderia del tipo, nonostante la giovane età, forse era più probabile la prima ipotesi. Ma, allora, cosa facevano i due tipi vestiti di scuro? Avevano solo portato la borsa, senza altro ruolo, o erano una sorta di bravi manzoniani, emissari di un Innominato potente e pericoloso? In entrambi i casi, la conclusione andava nella direzione di un terreno scivoloso e forse minato, pieno di insidie.

Ma Connery-Bond non era un tipo da farsi intimorire: l'importante era trovare una via d'uscita in tutta sicurezza. Certo non aveva intenzione di sfidare i cattivi, si sarebbe accontentato di sparire in silenzio per andare a godersi il malloppo.

Nessuno poteva effettivamente metterlo in relazione alla scomparsa della borsa, anche se lui era stato l'ultimo ad uscire dagli spogliatoi. Nessuno inoltre sapeva della sua abilità ad aprire i lucchetti, per cui non poteva essere tirato direttamente in ballo neanche da questo punto di vista.

Tuttavia, conoscendo le poco raccomandabili frequentazioni dello zio e, soprattutto, il suo diletto per le bische clandestine dei navigli, si convinse che di quel denaro, in casa, non ne avrebbe dovuto far parola.

E, dunque, come avrebbe potuto continuare la solita vita in questo triste quartiere di periferia?

Ma soprattutto, e finalmente, dopo tanto divagare con la mente, il suo pensiero si rivolse verso l'amore della sua vita. La giovane Assuntina, che tra poche settimane avrebbe dato alla luce una creatura. Con questi soldi l'avrebbe tolta da quella casa che, pur ringraziando iddio per l'ospitalità, era sempre una sistemazione poco pratica e fastidiosa. Si convinse, quindi, di partire appena possibile per una nuova città, lontano dalle cosche camorristiche della sua terra natia e al riparo dalle ritorsioni, ipotetiche si ma non del tutto improbabili, dei legittimi proprietari della borsa nera.


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 Peccato Originale - Parte II Riduci

La Fuga

Il treno proveniente da Roma si fermò sul primo binario, arrivando con i tipici venti minuti di ritardo. Per la foga, Antonio, arrivato con circa mezz'ora d'anticipo, e per l'impazienza s'era già fumato più di mezzo pacchetto. Andando avanti ed indietro sulla banchina, pensava a quanto lungamente avesse atteso il momento del riabbraccio con la giovane donna che amava.

Si erano conosciuti all'oratorio, un'estate di cinque anni prima. Lei, dopo tutta la trafila del catechismo, aveva continuato a seguire le attività parrocchiali con le due suore; lui, invece, era solito varcare il cancello della parrocchia solo per potervi giocare al pallone, anche se qualche domenica accompagnava i nonni alla messa.

E fu proprio una domenica dopo la funzione che Antonio la incontrò: la trovò accanto a lui alla coda del banchetto dove le suore vendevano la Famiglia Cristiana ed il Giornalino. Le loro mani si toccarono posandosi contemporaneamente su una copia della rivista per ragazzi, e così si fissarono per la prima volta negli occhi. Si erano già visti in precedenza, ma distrattamente, di lontano, come succede frequentando luoghi in comune, senza però uno scambio di parole. Antonio, in pratica, quasi non l'aveva ancora notata; non era però così per la giovane Assunta. Forse quel loro incontro non era del tutto casuale.

I loro occhi restarono in diretto contatto gli uni con gli altri per un lasso di tempo che le due suore giudicarono come un inequivocabile segnale di un particolare evento in corso; non che ne fossero contrariate, conoscevano bene la giovane ragazzina, ma il giovanotto, solitamente accompagnato dall'aria spavalda che caratterizza i piccoli guappi, poteva essere una fonte di guai.

Buongiorno, Assunta, disse la più anziana delle due sorelle, per interrompere quel silenzio e così dar modo alle altre persone di potersi servire, scegliendo la rivista cattolica domenicale, nell'angolo della Buona Stampa. Fu così che il giovane Antonio seppe il nome di quella bella ragazza dai capelli ricci e mori, ed i cui profondi occhi neri l'avevano appena rapito.

 

Mentre ancora aspettava in stazione di riabbracciare la sua promessa sposa, che entro pochi giorni, una ventina, secondo il medico della USSL, avrebbe partorito il frutto del loro amore segreto, non poté fare a meno di ripensare al modo in cui ebbe tradito l'unica persona che l'avesse aiutato. Suo zio Pasquale; gli aveva lasciato una lettera di scuse.

In un italiano stentato, aveva provato a dare qualche sommaria spiegazione, restando sul vago, senza dire quale fosse la sua destinazione. Da una parte voleva evitare di essere rintracciato, dall'altra era meglio per il vecchio Pasquale che egli sapesse il meno possibile. Non molte, dunque, le parole sul foglio, la maggior parte delle quali erano di ringraziamento e scuse; avrebbe ardentemente voluto che quanto scritto risultasse sincero, in modo da non lasciare di lui un ricordo da infame presso gli zii.

La fretta, ma soprattutto la mancanza di forza d'animo per parlargli di persona, gli fecero scrivere quella lettera. Che restò intonsa e non letta per qualche giorno, dato che i due zii non sapevano entrambi leggere, fatto che riuscirono bene a mascherare per tutti i mesi in cui ebbero ospite il nipote. Il quale, una mattina presto, se ne andò via senza salutare.

 

Il sole era fin troppo caldo per essere il primo pomeriggio di un giovedì di metà maggio. La città di mare, scelta non si sa come dal ragazzo, si stava lentamente riempiendo di frequentatori in vista della prossima stagione estiva.

Si stava svolgendo un lento cambio tra i villeggianti, intuibile grazie alle varietà di persone sulle banchine della stazione: ultra sessantenni in attesa di partire dopo aver svernato in riviera, e giovani famiglie con bambini piccoli felici per l'iniziare della stagione estiva. Era un gran brulicare di gente, ogni volta che si fermava un convoglio. E, ad aumentare la confusione, orde di studenti in arrivo o dalla Spezia o da Genova.

Ma in mezzo a tante facce sconosciute, presto sarebbe comparso il viso della sua giovane donna. Lei, avendo potuto studiare di più, era la persona più adatta a cui affidarsi per decidere cosa fare e come gestire tutta quella somma di denaro.

Duecentoventi milioni di lire, nascosti ancora nella sacca nera nel doppio fondo, che aveva ricavato pazientemente e con mezzi di fortuna, sotto il vecchio armadio dell'hotel Riviera, sul lungomare di Chiavari, non molto distante dalla stazione.

 

In effetti, che ne poteva sapere lui di pratiche bancarie, conti correnti, tassi di interessi ed affini, lui che aveva abbandonato la prima media per aiutare il padre nella sua attività di fruttivendolo al mercato principale di Caserta. Ma Assuntina, invece, il padre l'aveva voluta colta, “studiata”. Figlia unica di un commerciante di tessuti, anni di scuola presso le suore e poi un istituto privato di ragioneria; nei piani del padre avrebbe dovuto assumere lei le redimi della piccola attività. Ma invece successe che restò incinta e lui, in una folle notte d'ira, la cacciò di casa.

 

Ed ora, eccola in tutto il suo splendore di mamma in attesa, scendere finalmente dal treno arrivato da Roma. Capelli raccolti sulla nuca, sul viso non traspariva il minimo segno di stanchezza.

Né il viaggio né tanto meno i lunghi mesi d'attesa in solitudine, parevano aver avuto la meglio sulla grande gioia della loro riconciliazione. Non che avesse temuto di perdere il suo Antonio, del cui amore era più che certa; tuttavia, molte volte pianse per la loro essere così distanti e per la paura che potesse succedere qualcosa di brutto.

Si scorsero tra la folla di viaggiatori e si sorrisero felici. Lui le andò incontro con passo svelto, scansando qualche bagaglio e, quando le fu a meno di due passi, si fermò ad ammirarla in tutto il suo candido splendore. Il vestito largo di color azzurro metteva ancor più in risalto le rosee e quasi paffute guance della giovane donna, che fissò con fare quasi da rimprovero il suo uomo mentre ancora indugiava.

Sei splendida, disse finalmente lui, abbracciandola con fermezza ma senza troppo vigore, visto l'ingombro di lei. Le loro braccia si avvolsero, scivolando lentamente su e giù sulle loro schiene, come per misurarne e constatarne la solidità, per essere certi che fossero reali e non invece in un sogno.

 

Erano le 15 e 16, del 28 maggio del 1975, come indicava il grande orologio posto quasi sopra le loro teste. E come le due lancette sovrapposte apparivano essere una sola cosa, i due giovani innamorati, abbracciati stretti, si risentirono finalmente uniti, finalmente insieme, pronti ad affrontare la loro nuova vita. Con la consapevolezza che il destino li avrebbe certamente forzati ancora ad altri momenti di distacco, ma essendo anche sicuri che, proprio come fanno più volte al giorno sul quadrante le due asticelle di metallo, anche loro due si sarebbero sempre riuniti, si sarebbero ritrovati, ovunque.

Ti amo, Antonio. E si baciarono teneramente.

 

In albergo, era finalmente giunto il momento per Antonio di svelare alla sua compagna la ragione di tanta fretta, tanta segretezza e tanto entusiasmo. Ancor prima di disfare i pochi bagagli, il ragazzo posò la borsa nera sul letto e, non senza una certa tensione per l'emozione e l'eccitazione, ne svuotò il contenuto sulla coperta a fiori.

Alla vista di tutto quel denaro, la ragazza trasalì, emettendo un grande sospiro di sorpresa; poi, ripresasi, si avvicinò al suo uomo e, senza nulla profferire, ma guardandolo fisso negli occhi, lo colpì improvvisamente con uno schiaffo, secco, sulla guancia sinistra.

La frangetta castana del ragazzo si scompose, arruffandosi tutta su un lato. Antonio, attonito, rialzò il capo, toccandosi il viso ferito e chiese, con voce bassa: ma perchè?

 

La luce del sole filtrava a fatica attraverso i pesanti tendoni che Antonio aveva tirato per essere maggiormente al riparo. La guancia gli bruciava al tatto con la mano, e ancor di più si sentiva bruciar dentro, nell'animo, ferito, deluso. Avvertiva anche con una crescente rabbia, perchè proprio non riusciva a darsi una spiegazione per il comportamento della sua amata. Che ora lo stava fissando con uno sguardo diverso.

Mentre appena dopo lo schiaffone, gli occhi di lei erano colmi di disappunto, se non di rabbia, ora stavano per annacquarsi di lacrime. Piangeva sommessamente. Singhiozzando silenziosamente. Il giovane, ferito nell'orgoglio, restò in silenzio, attendendo una spiegazione. Che la ragazza capì di dover dare senza attendere che fosse l'altro ad elaborare delle ipotesi.

Era stato uno schiaffo dato per varie ragioni: perchè lei era quasi certa della dubbia provenienza del denaro; per la paura che, essendosi cacciato in qualche guaio, potesse capitar loro qualcosa di brutto, proprio ora che era al termine della gestazione; ma era stato anche uno schiaffo dato per scaricare la tensione dello shock alla vista di tutti quei soldi. Che oramai erano lì, e certo non avrebbe preteso che sparissero. Parlando, Assuntina si calmò e con voce tranquilla chiese al compagno di essere messa al corrente di tutto quanto, di ogni più piccolo dettaglio.

 

La ragazza aveva già finito da un pezzo di sistemare le proprie cose nel mobile e nei cassetti, mentre Antonio stava ancora spiegando come mai aveva deciso che si sarebbero dovuti rifare una nuova vita a Chiavari. Questo luogo non era mai stato citato da lui nei vari discorsi fatti con Giuseppe e Michele, quelli in cui si finge di poter scegliere una nuova meta. La Sardegna, Venezia, la Costa Azzurra, Roma ed altre località erano già state nominate, mentre per ragioni logistiche dovette scartare altri siti più esotici.

Invece Chiavari, oltre ad essere quasi equidistante dai due punti in cui lo stavano braccando, era sicuramente una città anonima. Adatta, quindi, a garantire una buona copertura per intraprendere un lavoro, un'attività, qualcosa da fare.

Ma che potesse anche lasciare del tempo libero. Cosa di meglio allora di una cittadina di mare, in cui puoi lavorare per poco più di sei-sette mesi all'anno, la stagione, e startene tranquillo per il resto del periodo? Ora si trattava di individuare uno sbocco, e l'avrebbero fatto insieme, ma senza fretta.

Prima serviva una casa tutta per loro in cui accogliere il nascituro. La giovane madre sentiva che sarebbe stato un maschio, e per questo aveva scelto, tra i vari vestiti che aveva confezionato in questi mesi aiutando la zia sarta, proprio quello di color azzurro. Azzurro come il mare e come gli occhi del suo amore, che ora la stava guardando con tenerezza, appoggiando una mano sul suo prominente ventre.

 

Pochi giorni dopo, mentre il padre stava sistemando alcuni nuovi elementi d'arredo nella casa appena presa in affitto, la madre ebbe le prime doglie, per cui dovettero precipitarsi all'ospedale più vicino, a Sestri. Non servirono più di tre ore per veder nascere, in tutta normalità, una bella quanto inattesa bambina, di circa tre chili e mezzo.

Erano le quattro di pomeriggio del diciotto giugno 1975.

Giorno della mia nascita: la piccola Roberta.


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 Peccato Originale - Parte III Riduci

La resa dei conti

Al momento in cui scrivo queste pagine, la primavera del 2006, sono in attesa del primo processo penale relativo alla vicenda che mi vede profondamente coinvolta. Sono passati più di trent'anni e lavoro nell'ufficio del procuratore di Genova. Ma al processo di domani io, Roberta Fasano, ex-Battistelli, sarò solo una spettatrice interessata, in quanto direttamente in causa come parte civile.

Si tratta del processo per la strage di Chiavari, i cui esecutori e mandanti saranno chiamati alla sbarra. Mi ci è voluto molto più di quello che mi ripromisi a suo tempo, ma finalmente domani mi vedrò ricompensata di tanto dolore e tanti sforzi.

 

Nel 1993, appena maggiorenne, ero orgogliosa dei miei genitori e di quanto erano riusciti a costruire negli anni. La Cesare Battistelli Company (ce.ba.co srl), gestiva due rinomati ristoranti, quattro bar con sala-giochi e due stabilimenti balneari, situati tra Chiavari, Lavagna e Sestri.

Mio padre fu il primo barista della zona, sul finire degli anni settanta, ad installare una vera e propria sala-giochi, in parte seguendo la sua passione per Space Invader ed affini, ed in parte dando retta all'intuito di sua moglie per gli investimenti.

Nel giro di un paio di stagioni, si trovarono in mano una vera miniera, i cui proventi investirono in appartamenti ed altre iniziative commerciali e turistiche. Tutte attività caratterizzate da una lunga pausa invernale. Fatto che mi ha dato modo di godere più di altri bambini dell'amore dei genitori, senza per questo sentirmi oppressa.

Libera di esprimermi nelle mie scelte, anche quando volli sperimentare l'ebbrezza dei primi wind-surf, a diciotto anni stavo già pensando alla facoltà di economia e commercio, che avrei frequentato appena terminati gli studi di ragioneria. Come ebbe voluto nonno Nando per sua figlia, con cui si riconciliò circa sei mesi dopo la mia nascita, era importante che l'unica figlia di casa avesse le nozioni necessarie per prendere in mano un domani le attività.

Ma alla fine scelsi di studiare legge.

 

La tragedia avvenne una domenica mattina di metà ottobre. Ci stavamo avviando alla chiusura della stagione. Dopo la messa, andammo tutti per un aperitivo al nostro bar centrale. All'interno, oltre ai due gestori che da anni avevano in mano lo storico bar ancora di proprietà della famiglia, pochi avventori, abitanti della zona. Tra la solita cordialità, prendemmo tre analcolici seduti al nostro tavolino preferito, posto all'angolo.

Poco prima di accomiatarci, dovetti andare in bagno per un'improvvisa esigenza. Feci appena in tempo a varcare la soglia della toilette nel cortile sul retro, quando sentii prima delle urla e poi una serie di spari provenire dal bar.

Restai pietrificata per qualche istante, poi mi chinai d'istinto dietro al cassonetto delle bottiglie vuote. Furono momenti orribili, che non scorderò mai, come quando udii le urla di Elena, la moglie del barista: uno squarcio di dolore che riecheggiò infinite volte tra le mura del vecchio cortile. Solo dopo qualche tempo, dopo che ebbi udito lo sgommare di un'auto che si allontanava, rientrai in sala, e caddi a terra per lo shock.

Ho dei ricordi confusi di ciò che avvenne dopo, ma una sola immagine mi è rimasta indelebilmente impressa nella mente: entrambi i miei genitori a terra, distesi in una pozza di sangue. E sangue, tanto sangue in ogni punto del pavimento al centro del salone.

 

La giovane Assuntina, che per prima aveva intuito le orribili intenzioni dell'uomo entrato impugnando una pistola, morì sul colpo, centrata al cuore da un proiettile destinato al suo amore, mio padre.

In base alla ricostruzione fatta da Elena, unica illesa nella sala, mia madre tentò vanamente di far da scudo a mio padre, cui l'assassino riuscì comunque a scaricare addosso quattro colpi, ferendolo in modo estremamente grave.

Coraggiosamente, sotto i colpi da fuoco, si intromise Ernesto, il barista, armato di un lungo coltello, che scaglio contro lo sconosciuto. Ferendolo in modo grave alla coscia sinistra; almeno a giudicare dalla copiosa scia di sangue lasciata, dentro e fuori il locale, durante la fuga. Per coprirsi la quale, l'assassino non esitò a sparare all'impazzata, ferendo mortalmente il coraggioso Ernesto e le altre due sventurate persone che erano in sala.

Io restai incolume in quanto accasciata nel cortile sul retro. Io ricordo solo un grande via vai di gente, medici, ambulanze e poliziotti.

 

Le tendine della finestra erano abbassate per non illuminare troppo la stanza. Lui giaceva immobile sul letto, con tubicini, cavi e fili attaccati in più parti del corpo. Ma mio padre, però, riusciva a respirare da solo, anche se faticosamente. Era questo, nell'ambito di un quadro clinico al limite della disperazione, l'unico appiglio a cui io ed i miei nonni potevamo aggrapparci. Ma anche se ce l'avesse fatta a superare la crisi, per i medici sarebbe stato condannato alla sedia a rotelle.

Come mio padre, avevo l'olfatto molto sensibile; così, mentre pregavo silenziosamente per lui, passavo in rassegna tutti i profumi provenienti dai due grandi mazzi di fiori posti sul tavolo accanto alla porta d'ingresso. Porta che era vigilata da un poliziotto, forse per il timore che tornassero gli assassini.

Magari l'avessero fatto! Mi avrebbero trovata li, accanto al mio adorato genitore, l'unica mia guida rimasta, dopo il funerale della mamma. E gli avrei chiesto: perchè? Perchè? Perchè? Mille e più volte glielo avrai gridato in faccia, incurante degli eventuali colpi di pistola. Perchè?

 

Mentre ero in preda a questi pensieri, senza che me ne accorgessi, l'ultimo “perché” mi uscì di bocca con voce strozzata. E, a quella mia parola, che interruppe il pesante silenzio nella stanza, mio padre emise finalmente, dopo oltre otto giorni, un suono con la sua bocca.

Mi precipitai accanto a lui, prendendogli la mano priva di cannette, stringendola al petto più che potevo. Si guardò attorno e, notando l'assenza dell'adorata moglie, gli si riempirono gli occhi di lacrime. Allora gli misi le braccia al collo, rimanendo colpita dal forte odore di etere del suo respiro.  Con la bocca a pochi centimetri dal suo orecchio, sussurrai: la mamma non c'è più! Perchè? Papa, perchè?

Mi rialzai, notando come gli si stessero gonfiando gli occhi, sempre più arrossati, semichiusi e segnati dalla sofferenza. Raccogliendo le deboli forze che aveva ancora in corpo, mio padre, sul letto in cui era moribondo, iniziò a raccontarmi la sua storia, quella che vi ho scritto fino ad ora.

Le sue parole d'esordio furono: mio tesoro, amore di mamma e papà, ci sono tante cose che ora è giusto che tu sappia. Anche se mai, come ci ripromettemmo io e lei, avremmo voluto mettertene al corrente.

E così mi parlò della vera Ce.Ba.Co., della grande borsa nera e dei suoi molti soldi. Terminando il racconto chiedendomi scusa per quanto era successo.

 

Sul momento, più preoccupata per il suo crescente stato di affaticamento, non dedicai molta attenzione al contenuto del racconto del mio adorato padre, anche se ne intuì subito le connotazioni oscure. Fu a casa, nella solitudine della mia camera da letto, mentre nonna Nunzia vegliava il genero, che mi resi conto delle devastanti conseguenze morali che quella rivelazione stava avendo sulla mia coscienza adolenscenziale di ragazza perbenistica.

Fino a quella maledetta domenica, infatti, i miei erano i migliori genitori del mondo, quelli che ogni bimba della terra avrebbe dovuto sognare. Benestanti ma altruisti, e, soprattutto, onesti. Sempre presenti nella mia vita, mai lasciata che mi sentissi solo o trascurata, senza però per questo arrivare a viziarmi.

Da poche ore, però, avevo saputo che tutto quello che loro avevano costruito e che io avevo adorato come oro colato, era invece il frutto di una grande menzogna, una menzogna taciuta, tenuta nascosta per anni al fine di occultare la provenienza illecita e, forse, sporca di sangue, della fortuna iniziale della famiglia Battistelli. Il cui vero cognome, in realtà, era Fasano, nativa della provincia di Caserta.

Dunque, soldi sporchi di sangue, come sporco di sangue fu il pavimento del bar centrale. Il sangue della famiglia Fasano. La mia adorata famiglia. Che però iniziavo a sentire di non riconoscere più. Ad iniziare già dal cognome, improvvisamente diventatomi estraneo, anche se, grazie a qualche sotterfugio, legalmente mi chiamavo Battistelli.

 

Passarono i mesi, e, terminato a fatica l'ultimo anno di ragioneria, mentre i nonni misero la gestione degli affari di famiglia in mano ad una società di conoscenti fidati, maturai la forte convinzione di scoprire i colpevoli dell'uccisione dei miei genitori e del povero Ernesto. Anche a costo di scoprire chissà quali oscure vicende del passato dei miei.

Per portare avanti il mio proponimento, avevo bisogno anche di una solida base giuridica, senza le quali mi sarei dovuta mettere nelle mani di una avvocato qualsiasi, dipendendo così dalla sua buona volontà o dal denaro che avrei potuto dargli. Per questo, dato che avevo perso qualunque interesse per le attività di famiglia che, comunque, e grazie al lavoro dei gestori, mi rendeva un "buon mese" utile per le spese, decisi di cambiare indirizzo di studi. Mi iscrissi a giurisprudenza a Milano, città in cui mi trasferì per essere più vicina ai luoghi che videro svolgersi la vicenda: Cesano, Baggio e Corsico.

 

Studiavo come un'ossessa, decisa a non perdermi neanche un'opportunità che il mastodontico diritto penale italiano può offrire. Nel tempo libero mi interessavo di tecniche investigative, assecondando le quali riuscii ad entrare negli uffici della questura, in qualità di assistente archivista.

Quella posizione, fortemente voluta, si rivelò fondamentale per il mio lavoro d'indagine. Mossa da una chiara determinazione, precisa, puntuale e collaborativa, mi assicurai in poche settimane la fiducia di vari dirigenti interni, grazie a cui potei avere accesso ai luoghi giusti in cui cercare informazioni sulle gang attive sul finire degli anni settanta.

Dopo circa due anni di ricerche raggiunsi due risultati: uno immediatamente connesso alla strage di Chiavari ed uno riconducibile alla borsa nera. Consultando carteggi ingialliti e foto segnaletiche in bianco e nero, scoprì la scheda di un delinquente di piccolo calibro, dal nome di Gennaro Calò, cresciuto semi abbandonato dai genitori nel circondario di via Marzabotto, zona mafiosa tra Corsico e Cesano. La sua foto e la sua descrizione, per quanto risalente ad oltre dieci anni addietro, coincideva sorprendentemente con l'identikit fatto da Elena, l'unica ad aver visto in volto l'assassino del marito e, essendo scampata alla morte, ad averne riferito agli inquirenti. Come fu possibile, mi domando ancora oggi, che questi non fossero riusciti ad identificarlo?

 

Inoltre, altro particolare importante, il nome era lo stesso del compagno di squadra di mio padre. Non poteva che essere lui, il suo assassino. Noto alla questura per reati minori (furto d'auto e spaccio per lo più), vi erano però sospetti che il tizio collaborasse con altri elementi di maggior spicco, esponenti importanti del clan dei calabresi operante tra Buccinasco, la Brianza e l'Aspromonte; ricordo di aver più volte letto i nomi delle famiglie Sergi e Papalia, su cui feci diverse ricerche.

Tra i delitti ed i reati riferibili alla gang, oltre ad omicidi di altri malavitosi nemici e traffico di stupefacenti, un imprecisato numero di sequestri di persona o tentativi di rapimento. E questo mi portò alla seconda scoperta.

 

L'ingegner Radaelli aveva fatto la fortuna della propria ditta di costruzioni nella metà degli anni sessanta, quando, intuendo la futura crescente esigenza dell'hinterland milanese di nuove abitazioni per gli immigrati dal sud, acquistò diversi lotti di terreno agricolo, da riconvertire successivamente in terreno edificabile; il più vasto dei quali era sito in un'area boschiva alla periferia di Cesano Boscone.

Col tempo edificò grandi comprensori residenziali destinati all'equo canone, suddivisi in quartieri, nominati BoscoBosco 3 e 4. Il “Quartiere Giardino” di Cesano Boscone era ultimato. 1 e 2. Nei primi anni settanta completò il lavoro creando

Una tale opera fini inevitabilmente al centro dell'attenzione di alcuni malavitosi, magari proprio affittuari dello stesso ingegnere. In alcuni casi si tratta di veri esponenti mafiosi trapiantati per legge al nord, nel tentativo vano di tagliarli fuori dai loro loschi giri. Ad essi si aggiunsero gregari di vario cabotaggio che reclutarono facilmente giovane manovalanza attratta dalla facilità con cui potevano fare soldi. Realizzando un vero e proprio boom economico a livello personale.

In merito alla vicenda dell’ingegnere, si ha traccia di vari fenomeni d'avvertimento, atti intimidatori, forse, per far scendere a patti la proprietà. Ne fece le spese anche uno dei più noti geometri, quello che più di altri era a contatto con gli inquilini, per ascoltarne le esigenze o le rimostranze.

Ma l'ingegnere era uomo tutto d'un pezzo, per niente avvezzo a compromessi, saldamente convinto della forza del proprio lavoro. Non si piegò, dunque, alle supposte richieste della gang. Ma questa si vendicò. Identificando in lui un’ottima occasione per fare soldi facili, in un modo o nell’altro…

 

Una mattina, il non più giovanissimo ingegnere aveva appuntamento con il geometra responsabile del quartiere ed un paio di architetti, oltre che con il figlio ventottenne, architetto anch'egli. Era una tiepida mattina di inizio primavera, anno 1975.

Finalmente, con oltre un'ora di ritardo, una fiat millecento nera entra nel cantiere. Ne scendono però solo i due architetti della ditta incaricata dei lavori, che si avvicinano con passo frettoloso al geometra ed al suo capo. Quando questi chiese dove fosse il figlio, i due uomini, quasi sotto shock, consegnarono al vecchio una busta di carta dicendo semplicemente: l'hanno preso, l'hanno portato via!

Da quel giorno, del giovane architetto Radaelli non si seppe più nulla, eccezion fatta per le varie richieste di riscatto dei rapitori.

 

Rievocando questa vicenda, l'istinto mi diceva in continuazione che vi doveva essere una connessione con la storia di mio padre. Avevo però bisogno di conferme. Per questo, fatta una copia del materiale più interessante, tra cui, ovviamente la foto del presunto assassino dei miei, andai ad indagare altrove.

Mi recai più volte a passeggiare tra le vie del Quartier Giardino. Il vecchio campo da rugby era stato sostituito da un asilo nido, ma la tradizione sportiva ebbe modo di continuare poco lontano, grazie ad un nuovo centro sportivo comunale, che vide la nascita di una nuova associazione sportiva. Niente più Ce.Ba.Co., dunque, ma il pallone ovale continua a passar di mano in mano, in città.

Nei quartieri mi sembrò di respirare la stessa aria di vent'anni prima, con i rumori della strada, gli autobus, il frastuono delle autoradio, il rumoreggiare dei ragazzini che giocano nei giardini.

Parlando con i negozianti, scoprii che solo il giornalaio sull'angolo era lo stesso di anni addietro. Ma, sfortunatamente ed ovviamente, nemmeno lui si ricordava di un tal Gennaro, dai capelli mossi e castani, che giocava a rugby, che oramai aveva lasciato il suo domicilio noto alla questura.

Non mi restava che recarmi presso la società immobiliare, ove il vecchio ingegnere, ultranovantenne, ancora continuava a lavorare. Forse lui poteva riconoscere, in quella foto in mio possesso, qualcuno.

 

L'anziano presidente mi ricevette una mattina, credendo di parlare con una giovane studentessa di architettura. Trovai l'ufficio molto essenziale nell'arredamento, tipico di un uomo che bada al sodo, alla sostanza, più che all'apparire. Capì quindi che avrei avuto poco tempo e che rischiavo di essere cacciata in malo modo, una volta svelatami. Però mi feci guidare dall'istinto, che mi indirizzò sul giovane volto ritratto in una foto sulla grande scrivania.

Ingegnere, scusi le mie parole fuori dall'ambito lavorativo. Sono qui perchè entrambi abbiamo subito una grave perdita ad opera, ne sono certa, delle stesse persone. La stessa banda che le ha pertanto via suo figlio è responsabile anche della morte dei miei genitori. Di questo ne sono certa, ma ho disperato bisogno di alcune conferme.

A queste parole, dimentico dei miei interessi per le moderne tendenze dell'architettura residenziale, il duro ingegnere mi rivolse uno sguardo di compassione. Prese in mano la foto del figlio e, dopo aver detto alla segretaria di non passargli telefonate, mi chiese di raccontargli la mia storia.

 

Gli raccontai tutto, partendo dalle ultime scoperte fatte in archivio e dall'uccisione dei miei. Poi, gli raccontai della borsa nera e della Ce.Ba.Co.. Dalla mutata espressione del suo viso, mi accorsi che la sua attenzione crebbe, così capii che era il momento di fargli vedere le due sole prove in mio possesso.

La foto del giovane Gennaro, che non riconobbe direttamente in nessuno, anche se il viso gli era in qualche modo famigliare.

E poi, presa da una grande busta di plastica, una di quelle dei centri d'abbigliamento, gli mostrai la vecchia borsa nera, che mio padre conservò nascosta nella camera di sicurezza della sua banca per tutti quegli anni. Immaginava che un giorno avrebbe potuto essere d'aiuto per chiarire qualche punto della vicenda, ma volle evitare di tenerla in luoghi a lui immediatamente vicini.

Certo però avrebbe voluto essere lui a riprendere nuovamente in mano quella sacca nera, che per tante notti ebbe sognato.

Quella mattina, però, l'ingegner Radaelli, prendendola dalle mie mani, sbiancò. Evidentemente qualcosa si smosse nella sua mente e nel suo cuore di padre ferito.

La riconosco, mi disse, quasi singhiozzando.

 

Le istruzioni erano chiare. Il riscatto avrebbe dovuto essere pagato a rate. Trecento milioni subito, entro due giorni, ed altri trecento in seguito, quando loro avrebbero dato una prova dell'esistenza in vita del rapito. In questo modo, entrambi le parti avrebbero fatto un passo avanti, nella collaborativa direzione volta ad una soluzione per il rilascio dell’ostaggio, ovviamente senza avvisare la polizia.

Colpito nel più grande degli affetti, il rude “padrone” del quartiere, acconsentì forzatamente a quelle regole.

Fu lui a scegliere le due borse, nere e robuste, che avrebbero dovuto servire per la consegna dei soldi. Facevano parte del set da golf, che gli regalò la sua seconda moglie.

E fu sempre lui, con l'aiuto del fidato geometra e del fratello, a predisporre il contante e a sistemarlo con cura nella prima ed anche nella seconda sacca. Le indicazioni imponevano di fare mazzette di banconote di piccolo taglio. Tuttavia, dando fondo alle casse forti personali, delle società e di un paio di banche, per evitare di destare sospetti, furono costretti ad inserire parecchi banconote da centomila. Che furono sistemate in fondo, coperte dalle altre di taglio più piccolo.

 

La prima consegna avvenne una notte di fine marzo, in una zona boschiva ed isolata attorno all'Idroscalo. Tutto andò bene.

Nei giorni successivi, il centralino degli uffici ricevette varie telefonate mute. Una volta, però, una voce dall'accento del sud, chiese del capo. L'ingegnere, in una comunicazione disturbata come avviene nelle interurbane, sentì prima dei gemiti, e poi un “aiuto papà”. Vi riconobbe la voce del figlio. Era la prova concordata. Dovevano preparare la seconda borsa.

In maniera del tutto inaspettata, passarono, però, due settimane prima che la banda facesse recapitare le nuove istruzioni. Che arrivarono riportando modalità molto più rigide e complesse delle precedenti. Col senno di poi, si poté supporre che vi era stato “un passaggio di mani” dell'ostaggio.

Da una banda che forse ebbe il compito di gestire il rapito in un luogo lontano, forse l'Aspromonte, ad una con diramazioni più radicate al Nord e, forse, meno esperta. Dunque, più pericolosa per la vita del malcapitato.

 

La seconda consegna avrebbe dovuto avvenire nottetempo, lanciando la borsa da un cavalcavia sulla tangenziale Ovest, poco distante dal Quartier Giardino. Qualcuno, di sotto, avrebbe provveduto a raccoglierla. Radaelli, alla guida di un'Alfa Romeo, accompagnò il geometra che, più giovane e vigoroso, lanciò la borsa nera sopra la rete del ponte. Quella notte, fu l'ultima volta che vide la borsa.

 

Borsa che, vuota e priva di ogni valore se non di un forte e ravvivato dolore, il vecchio ingegnere strinse a sé, quasi piangendo, quel giorno in cui andai a trovarlo in ufficio. Dopo avermi raccontato la storia delle due borse nere.

 

Le voglio restituire quei soldi, dottore. Dissi. So che non le riporteranno suo figlio, ma quei soldi, e forse anche tutto quello che possiedo, sono suoi. Io non voglio più nulla che derivi da quel denaro che, se non fosse stato per la curiosità infantile del mio giovane padre, le avrebbero fatto riavere il figlio. E, dicendo questo, non potei trattenermi dal piangere.

L'uomo si avvicinò facendomi cenno di alzarmi. Quando fui in piedi, con gli occhi bagnati, entrambi, mi abbracciò forte. Stringendomi come farebbe un padre che riabbraccia una figlia che non vedeva da molto tempo.

 

Uscì da quell'ufficio completamente distrutta nel morale, con la terribile conferma che il passato dei miei genitori, o di mio padre, principalmente, era tacciato da una grave macchia. Per quanto inconsapevole, la successiva fortuna di mio padre era stata costruita non solo su soldi di provenienza oscura, cosa nota ai miei, ma addirittura sulla morte di una persona innocente, una giovane vita, un uomo, padre di famiglia.

Questa grave colpa, ancor di più del fatto di non essersi curato della reale fonte del denaro, rinfacciai metaforicamente a mio padre, nell'impossibilità di potergliene rendere conto di persona.

Poi, seduta nei giardinetti antistanti l'ufficio del vecchio, iniziai a riflettere sulle sue ultime parole, alla ricerca di un conforto. Non voleva quei soldi.

 

Li dia in beneficenza se proprio vuole disfarsene. Mi disse. E lo faccia con la mia benedizione. Non le chiedo altro e non ho nulla da rimproverarle. Credo alla sua storia e all'estraneità di suo padre al rapimento del mio povero ragazzo. Ucciso da una banda di spietati assassini che, ne sono convinto, non si sarebbero accontentati di due rate. Col tempo, anzi, maturai la convinzione che il mio povero ragazzo fosse già morto prima della seconda consegna. E pensi che non posso nemmeno piangerlo su una tomba come ogni buon cristiano vorrebbe poter fare.

Per la sua ricerca di verità, che poi potrebbe anche essere la mia, non posso far altro che suggerirle di spulciare gli archivi della federazione giovanile di rugby.

Sa, concessi io ad un paio di brave persone, l'uso gratuito del campo per farne un piccolo centro sportivo, attrezzando anche un seminterrato come spogliatoio.

Lo feci anche per assecondare una passione di mio figlio per quello sport, che iniziò ad amare al college in Inghilterra.  È davvero uno scherzo del destino che tra quei giovani si annidassero uno o più dei suoi rapitori.

Provi dunque a cercare tra i moduli d'iscrizione e tesseramento, potrebbe trovare la prova che quel Gennaro della foto che ha in mano era davvero lo stesso che giocava per la Ce.Ba.Co..

Sa, in cambio degli spazi, pretesi che i responsabili facessero tutte le pratiche necessarie dal punto di vista burocratico e non solo per avere una copertura assicurativa. Credo che questo ora le possa tornare utile.

Buona fortuna e grazie per quello che sta facendo. Se in futuro le servisse qualcosa sono qui. Spero di rivederla presto in tribunale.

 

Mi resi conto che il cerchio si stava per chiudere. Non avevo ancora delle prove, come non lo era la vecchia borsa nera che l'ingegnere ritenne di dovermi lasciare. Ma se fossi riuscita a trovare il riscontro cercato presso gli archivi del distaccamento lombardo della federazione rugbistica, avrei avuto la conferma della veridicità della storia di mio padre. E con questo il movente, la vendetta, che dopo molti anni armò la mano di Gennaro Calò. Un successivo riconoscimento “faccia a faccia” con Elena. La vedova, gli sarebbe valsa l'incriminazione per la strage.

Dopo tre mesi di tentativi, in un polveroso sottoscala trovai tutta la documentazione sull'associazione sportiva Ce.Ba.Co. rugby. Nomi, indirizzi e foto di giocatori e dirigenti. Tutte persone che, una volta rintracciate, sarebbero state interrogate. Tra essi, figuravano anche due nomi che riconobbi tra le persone uccise in quegli anni di regolamenti di conti tra mafiosi.

 

Quando fui prossima alla tesi di laurea, avevo già raccolto materiale sufficiente per consegnare il dossier alla procura di Genova, quella che indagò sull'uccisione dei miei, senza venire a capo di nulla. Grazie anche al meticoloso lavoro di un giovane PM, durato oltre un anno, gli inquirenti, oltre a predisporre il processo di domani contro esecutori e mandanti per la strage di Chiavari, trovarono materiale sufficiente per riaprire l'inchiesta sul rapimento del giovane Radaelli. Che, come da lui preannunciatomi, avrei incontrato domani in aula.

 

Il PM, un collega, mi mise al corrente di tutta una serie di dettagli, che ora rendono praticamente inutile per me l’esito del processo in corso.

Fu il povero zio Pasquale, a causa dell’incapacità sua e di sua moglie di leggere, a mettere da subito Gennaro sulle tracce del compagno di squadra fuggito. Quando Antonio, mio padre, scrisse quell’ultima lettera di addio per i suoi zii, non aveva la benché minima idea che i suoi parenti fossero praticamente analfabeti.

Sapeva, certo, che avevano difficoltà di lettura. Quante volte alla sera, con la scusa di essere stanco o di avere gli occhi affaticati per la giornata passata tra le polveri dei cantieri edili (o forse, più probabilmente, tra i fumi delle sale da gioco…), aveva chiesto al nipote ospite il favore di leggergli qualche articolo di cronaca dall’ultima edizione de “La Notte”. Non che avesse l’abitudine di comprare il giornale, ma qualche volta se lo portava a casa dopo averlo prelevato tranquillamente direttamente dal bar. E spesso, le letture erano uno stillicidio di avvenimenti di cronaca nera: rapine, omicidi, rapimenti e fin’anche stragi. Una triste fiera di gangsterismo come neanche nella Chicago degli anni 20…

 

Dunque, il giorno stesso in cui il nipote se ne andò con le sue poche cose, alla sera, Pasquale ricevette la visita del capitano della squadra di rugby. Il giovane era andato a bussare a quella porta con la scusa di chiedere come mai il “bravo Antonio” non si fosse presentato all’allenamento del pomeriggio.

In realtà, Gennaro, aveva già una lista di sospetti da vagliare, ed uno di quelli era proprio Antonio. che, quando l’ex-depositario della borsa nera ebbe finito di leggere quella breve lettera d’addio, divenne il principale sospettato.

 

Del tutto ignaro di quello che avesse combinato il nipote, Pasquale diede quella lettera a Gennaro, chiedendogli di leggergliela ad alta voce, così tanto per cercare di capire assieme cosa fosse scattato in quella testa bacata.

Maledetto nipote ingrato! Mentre Gennaro leggeva, seduto al tavolo nella piccola cucina, davanti ad un bicchiere di vino rosso, i due uomini avevano reazioni completamente opposte.

Nella mente dello zio di mio padre, la nebbia che aveva in testa, invece di diradarsi, stava facendosi sempre più fitta. Maledetta nebbia padana! Tanto spessa che potresti tagliarla con il coltello. Per uno come lui risalito dal sud, fu un vero trauma guidare la prima sera immerso nella fitta nebbia; fu come essere trasportati in un’altra dimensione, guidare fissando i coni di luce traballanti perdersi nel nulla oltre il parabrezza umido. Ecco, la nuova lettura di quelle parole nulla aveva portato di nuovo per Pasquale, nel tentativo di capire dove fosse finito il nipote. Scappato chissà perché lontano dal quel posto sicuro che lui gli aveva trovato…

E mentre lo zio aveva tali pensieri, all’opposto le idee di Gennaro si stavano evidentemente rischiarando. Le parole che stava leggendo in quella casa, dovevano essere per lui la prova del “tradimento”. Quale altra ragione avrebbe avuto quel moccioso per darsela a gambe, così improvvisamente, senza salutare nessuno, nemmeno i suoi parenti. E, inoltre, lui era uno degli ultimi visti negli spogliatoi.

Era molto probabile che dovesse ancora passare a far visita a qualche altro paio di ragazzi impiccioni; ma per quelli, non c’erano particolari patemi: una volta trovati, semplicemente fissandogli negli occhi, avrebbe potuto aver la prova del loro coinvolgimento o meno in questa storia.

E’ ipotizzabile che il delinquente fosse ben conscio delle conseguenze a cui sarebbe andato incontro, qualora non avesse prontamente ritrovato quella dannata borsa. Cazzo! Mi chi cavolo aveva avuto la dannata idea di organizzare lo scambio proprio negli spogliatoi?

Forse non lui, è vero, ma a lui era stata affidata la custodia del prezioso contenuto, a lui avrebbero presto chiesto conto della sparizione. Lui, dunque, che stava risalendo le posizioni nella gerarchia del potere, ad ogni costo avrebbe ritrovato quel danaro. Costasse quel che costasse.

 

Gennaro, dunque, si mise sulle tracce di mio padre quasi subito. Mentre non trascurava anche delle altre piste, fede di tutto per venire a sapere ogni cosa sulla vita di quel ragazzino da poco risalito dalla provincia di Caserta. Sapeva dove lavorava, per cui oltre a tartassare lo zio per scoprire dettagli sulla vita del fuggiasco, avrebbe fatto la festa anche a Michele, il suo collega di lavoro. Sicuro che il fuggiasco gli aveva confidato qualcosa, anche fosse solo una mezza parola detta tra una sigaretta e l’altra, quella parola gliel’avrebbe cacciata fuori di bocca, a quel ragazzo.

Gli ci vollero però quasi due mesi per avere le prime conferme “delle confidenze” che gli fecero prima Pasquale, a costo di un pestaggio subito di notte all’esterno della bisca clandestina che era solito frequentare ai Navigli, e Michele poi, a cui venne semplicemente bruciato il Garelli rosso con la sella in pelle bianca, appena comprato.

Grazie all’intervento di una specie di “pentito”, risultato essere molto informato sugli avvenimenti di quei periodi, il PM ha trovato tracce delle attività di ricerca di Calò in Campania. I suoi contatti, opportunamente maturati nella zona di Caserta, gli confermarono il coinvolgimento del giovane Antonio in questioni di camorra locali.

Il terreno tuttavia era abbastanza ostico per dei calabresi foresti, per cui la raccolta di ulteriori informazioni gli sarebbe costata tempo e denaro. Due cose che, evidentemente, il Calò non aveva assolutamente. Non poteva certo far aspettare ancora il suo boss, e nemmeno poteva far conto su un sufficiente flusso di denari da mandare al sud. Non gli rimaneva che chiedere favori in cambio di sue prestazioni. Però prima avrebbe dovuto trovare il modo di offrire rassicurazioni al suo boss, in cambio di un salvacondotto.

Sappiamo che, una notte, dopo aver subito l’onta di un brutale pestaggio davanti a tutta la banda, da parte di quelli che erano i suoi stessi compagni, promise al boss che da quel momento si sarebbe dedicato anima e corpo a due sole cose: fare tutto quello che gli sarebbe stato chiesto dal boss stesso, senza chiedere nulla in cambio (dato che lo avevano graziato). e non abbandonare mai la sua pista per riprendere il bastardo fuggito con la borsa.

Oramai non avrebbe fatto più nessuna differenza se fosse riuscito o meno a riprendere i soldi perduti. A quel punto era una questione d’onore. Quel casertano, pivello e pidocchioso, semplicemente non poteva farla franca, alla faccia di tutta la famiglia. Quei soldi erano “roba loro”, e lui se li stava sicuramente godendo. Ma un giorno, anche lontano, Gennaro lo avrebbe raggiunto e si sarebbe vendicato. A titolo personale, prima, ma anche a nome di tutta la famiglia.

E così fu.

 

Ci vollero quasi diciotto anni, ma alla fine loro si vendicarono. Ed io entrai nella mia seconda vita, quella di adesso, in un processo che mi portò ad essere mondata dalle scorie di quei nefasti avvenimenti che diedero ai miei un modo facile e veloce di farsi una bella vita. Una vita le cui radici sento non appartenermi più da quel lontano giorno in ospedale, quando mio padre mi confessò il suo orribile segreto.

Per questo sono qua a raccontare la mia storia e a dimostrare a tutti che io non appartengo assolutamente né al remoto passato dei miei giovani genitori né a quello più recente.

Loro avevano scelto la strada più breve per il benessere, una strada che, pur non avendo loro direttamente commesso dei crimini, era segnata dal sangue di persone innocenti. Ed io ora sono del tutto estranea a tutto ciò.

Io sono rinata sul sangue di mia madre e sul ricordo soffocato del passato di mio padre.

 

Sono conscia del fatto che ci siano molti particolari di tutta questa vicenda che dovranno essere messi in luce. In particolare la vicenda del rapimento del giovane architetto e del riscatto, resta molto intricata. Me ne resi conto fin dai primi giorni ripensando alle parole del vecchio ingegnere. Il quale mi aveva parlato di una borsa contente trecento milioni di lire, una cifra enorme per quel tempo. Mentre mio padre, e non posso dubitare della sua onestà almeno in punto di morte, mio padre portò in banca “soltanto” duecentoventi milioni. Era dunque successo qualcosa durante il tragitto della borsa, dal punto di raccolta notturno fino al suo posizionamento in quell’armadietto degli spogliatoi.

E ci sono molti altri particolari che, come questo, non tornano ed ancora fatico ad incasellare.

Dettagli importanti per la vicenda, ma per me secondari, che lascio al dibattimento in aula, il cui esito non mi interessa più di tanto.

 

Infatti, sono appagata per il fatto di aver ottenuto la piena consapevolezza del passato dei miei genitori, di essermi fatta una ragione di quegli avvenimenti, in conseguenza dei quali ho dato un taglio netto alla mia vita. Vendute tutte le proprietà di famiglia, fatta una cospicua donazione a vari enti e pagate le tasse, ho potuto iniziare una nuova vita: una carriera di pubblico ministero presso la procura di Genova

Città in cui ho anche trovato l'amore.

 


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