Login
   
 Tocco al cuore Riduci

Quello che segue è la rielaborazione di quanto ho vissuto nella mattinata del giorno 9 ottobre 2008, quando sono stato "operato" al cuore da un'equipe di primaria importanza al Cardiologico Monzino di Milano

Le mie sensazioni ed i ricordi in una specie di tributo ai medici e agli infermieri che operano e lavorano con competenza e passione


Le luci sul soffitto del corridoio mi scorrono sopra al viso velocemente. È un rapido alternarsi di riquadri bianchi e scuri, e di neon dalla luce fioca.

Stefano, l'infermiere che poco prima era stato quasi sgarbato con una sua collega, ora appare più simpatico, con quella fronte ampia e corrugata. Soli nell'ascensore che porta al piano delle sale operatorie, sdraiato sulla barella osservo dal basso questo ragazzo, trovandolo vagamente assomigliante a Elvis.

 

A fine corsa, per interrompere il silenzio, approfitto di conoscere il suo nome per averlo sentito dalle altre infermiere.

- anche lei si chiama Stefano, come me. Ma sapesse quanti ne incontro in questo periodo.

- ah, pensi che qui siamo in cinque
- ed in ufficio da me, che siamo in tutto in venti, siamo ben tre Stefani.
- qui a volte chiamano Stefano e ci giriamo in due o tre.


Il ragazzo porta la barella in modo un sbrigativo, un paio di svolte a gomito e mi parcheggia in una grande sala piena di lettini.

- salve, a dopo - mi dice Stefano allontanandosi. 

- grazie.

Nella sala ci sono una paziente ed una giovane infermiera dalla voce dolce. La ragazza si rivolge alla donna con fare amorevole e le spiega alcuni dettagli sui medicinali che le sta somministrando.
Cerco di rilassarmi e chiudo gli occhi. Dopo pochissimo sento le voci di un uomo e di una donna.
- allora com'è andata a Parigi?
- benissimo. Abbiamo mangiato davvero bene.

Mentre i due proseguono il discorso, qualcuno sposta la mia barella e mi parcheggia in un angolo dove do meno ingombro.

- ah che bello, io non riesco mai a mangiare decentemente, li
- basta evitare le brasserie, non si mangia per niente bene in quei posti

Di colpo, la dolce voce della prima infermiera, Chiara, si fa sentire sopra la mia testa:
- caro! Non ti ho dimenticato, solo qualche minuto e sono da te.
- va bene, grazie - rispondo muovendo la testa alla ricerca di quella figura in camice verde scuro. Mi volto a destra ma le è già tornata dall'anziana paziente.
La ascolto:
- cara, allora. Dimmi se adesso stringe più o meno di prima.
La donna, con voce sofferente ma sicura, anche se con quel tipico tono che solo gli anziani assumono, le risponde:
- ma guardi sono tutta indolenzita, non saprei... Però forse si, stringe meno.
- bene, allora adesso le diamo una medicina per rendere più fluido il sangue. Prima l'avevamo rallentato ed ora lo acceleriamo. È un vieni e vai...

Con gli occhi chiusi mi immagino la giovane donna accanto alla barella agire sulla flebo per inoculare un medicinale. Dal tono della voce e dal modo di porsi, si capisce che ha davvero passione per il suo lavoro. Che in effetti non è un lavoro come gli altri, è una specie di missione cui bisogna essere portati. E questa ragazza è davvero in gamba.

Chiudo gli occhi ancora e cerco di non ascoltare i brividi di freddo che sembrano voler assalire il mio corpo. Mi concentro e li ricaccio sotto il lettino.

Altre voci altre figure in verde chiaro e scuro che si aggirano tra le brande vuote. Un continuo via vai di gente che forse passa solo per un paio di battute con i colleghi. In questa stanza, di colpo, ci sono due pazienti e quattro o cinque tra infermieri anestesisti e medici, difficile da distinguere. Inoltre, altre voci provengono dal corridoio: qualcuno parla al telefono, voci che discutono dei turni di reperibilità, due uomini che parlano di casi medici e dati di cartelle cliniche.
Quando arriva un ragazzo dal folto ciuffo nero, viso abbronzato, sembra proprio di essere in una medical fiction. Si ferma vicino alla mia barella proprio mentre Chiara sta iniziando ad occuparsi di me.
Non posso fare a meno di ascoltare anche questa volta una simpatica conversazione tra i due, sorridenti, che paiono usare termini in codice.
- e... allora alle dieci c'è la procedura - esordisce lui
- quindi ci vai ? - risponde Chiara
- si certo, vieni anche tu?
- no non posso. Piuttosto, hai deciso cosa fare, poi... - ribatte la ragazza mentre maneggia un nuovo paio di guanti bianchi per infilarseli.
- si certo. Sono pronto. Devo solo decidere come concludere.
- mi raccomando, non fare gesti strani - la voce di Chiara assume un tono scherzoso, ed il suo viso si accende in un sorriso contagioso. Dopo un attimo, abbassa lo sguardo alla ricerca di una scatoletta da cui estrae garze e cerotti.
Il bel morettino risponde subito:
- certo certo, nessun gesto che possa essere inteso come... insubordinazione, sia mai - ed anche lui sorride, mentre salutando si allontana.

Finalmente siamo soli, io e Chiara. La osservo meglio. Capelli castano chiaro, con molti accenni al biondo, tenuti raccolti dietro. Davanti le scendono sul viso un paio di ciuffi. Purtroppo, avendo lasciato in stanza gli occhiali, mi rimane il rammarico di non poter apprezzare il colore dei suoi occhi, neanche quando avvicina il suo viso al mio braccio. E allora me li immagino castani, chiari.
Mi spruzza un disinfettante sul braccio sinistro e dice:
- allora, Stefano. Adesso dobbiamo inserire in vena questo cateterino. Cercherò di essere delicata.

Annuisco soltanto, dato che, osservati gli arnesi che sta preparando, mi prende un minimo di agitazione. Mi volto dall'altra parte. Dopo qualche secondo di silenzio, sempre con quella sua voce dolce, Chiara esclama:
- bucooo !
E nello stesso momento sento un lieve pizzico. Brava, davvero indolore. Le voglio fare un complimento:
- accidenti! Se non era per il suo avvertimento, neanche mi accorgevo della puntura!
Sortisco un certo effetto:
- ah, Stefano, lei è proprio il mio paziente preferito, sa... - mi risponde mentre ancora armeggia per inserire la farfallina all'ago nel braccio. Mi parla ma non distoglie gli occhi da quello che sta facendo.
D'istinto rispondo:
- guardi che era la mia massima aspirazione di oggi. - e subito dopo mi pento di queste parole, poichè mi rendo conto che possono essere travisate. In luogo della classica battuta galante potrebbe sembrare un'osservazione ironica. Fortuna che Chiara ha le spalle larghe, chissà quanti tipi incontra ogni giorno, ogni flebo un carattere diverso, da quello silenzioso perchè timoroso a quello chiacchierone perchè impaurito.


Finito di infilare gli arnesi asettici, prepara la garza cerotto e risponde con una domanda:
- ma cosa? Farsi bucare o essere il mio paziente preferito? - il suo tono è identico a prima, appunto a confermare l'insignificanza di questa conversazione, una come le tante. Forse.
Cerco di aguzzare la vista sperando in una magia in grado di far sparire la mia miopia, anche solo per un secondo, giusto il tempo per osservare meglio questo angelo in verde che cura i pazienti con tanta passione. Niente. Strabuzzo gli occhi, niente. Il suo viso mi resta celato nei dettagli, come avvolto in una misteriosa e romantica nebbia che avvolgendoci ci separa, nascondendoci, ma al tempo stesso ci unisce.
Poi realizzo che forse il mio silenzio ed il mio sguardo prolungato su di lei mi rendono sciocco, più di quanto già non possa apparire in quella situazione. Così le rispondo:
- ovviamente la seconda che ha detto, visto che non sono mica masochista...

La giovane donna non continua il discorso, troppe le cose da fare.
- bene, caro. Ora aspetta qui - ed intanto sposta la barella in un altro punto, affianco a quella dell'anziana donna, che mi resta celata dietro una tenda verde - tra poco verranno a prenderti. Stai tranquillo.
- ok, grazie. Però prima mi deve dire il suo nome, visto che lei sa il mio ed io non riesco a leggere il suo cartellino per via della miopia.
La ragazza, che si stava allontanando, fa un passo verso di me e prende il cartellino.
- io sono Chiara.
- bene, grazie, Chiara. Lei è davvero una brava infermiera.
- grazie, Stefano. Forse però è perchè oggi sono di buon umore. Avesse visto ieri... - si schernisce, mentre ora è già dietro la tenda.
- non ci credo, sa... - dico a voce bassa, tanto che son quasi sicuro che lei mi abbia sentito.
- allora, cara Antonia. Va meglio adesso? Mi dispiace di questa cosa, magari le farà ancora male per un pò ma poi starà meglio, vedrà.
La donna, come svegliandosi da un pisolino, e mi chiedo se abbia sentito quelle nostre battute, risponde con un aria di rassegnazione.
- ma che ci possiamo fare. Mica mi posso ribellare. Siamo qui, se la cosa va fatta, facciamo quello che si deve, sopportando.

Quelle sue parole mi lasciano ammirato. Chissà quanti al suo posto avrebbero reagito in modo diverso. Resto a fissare la tenda e poi ascolto Chiara dibattere con una collega sulla corretta procedura per somministrare quel farmaco. Va fatto lentamente, venti cc, prima valuti il valore di ATC e poi fissi l'infusione lenta. Ci vuole il suo tempo. Eh si, mica come quella volta... Le due ragazze parlano evidentemente di un superiore che, con arroganza, un giorno pretese di fare in fretta. Mica posso darle il Menocrom, se vuole intontire il paziente che lo faccia lui.

Discorsi di piccoli soprusi e grandi ribellioni che quotidianamente possono capitare. Peccato che in questo caso si tratti della pelle delle persone. Ma forse mi sbaglio, ho capito male. E quindi torno a tranquillizzarmi, visto che da li a pochi minuti mi avrebbero operato al cuore.

Nudo, rasato dalle ginocchia a sotto la pancia, con indosso il tipico camicino ospedaliero, quello aperto dietro, sono sdraiato su una barella in una grande stanza illuminata dai neon al soffitto. Il lenzuolo non riesce più a proteggermi dai brividi, che ora stanno per vincermi. Le braccia distese, fuori, accentuano la sensazione di desolante solitudine che per pochi secondi mi assale. Ma proprio quando sto per arrendermi, ecco che riconosco la voce dell'uomo di Parigi.
- salve, ora la porto in sala. - mi dice anche lui con modi estremamente gentili.
Poche operazioni di manovra e sono davanti ad una grande porta automatica, che viene aperta con l'uso di un badge. Allo scorrere delle ante mi si apre alla vista il classico ambiente da sala operatoria, dominato da attrezzature che scendono dal soffitto, il lettino al centro, e da una grande parete mobile cui sono inseriti cinque o sei monitor. Sul fondo, computers e vari altri strumenti. All'interno sono già al lavoro tre persone vestiti con camici, guanti, mascherine e guanti.

Quell'immagine è rassicurante quanto la folata di gelo che mi avvolge quando spingono la barella all'interno. Fa un freddo becco e - banalità - lo dico all'uomo che mi ha spinto.
- è normale. E poi non è così freddo, su. - mi risponde cercando di rassicurarmi.
Allora mi volto e, ricorrendo alla mia ultima riserva di faccia tosta, quella da spendere per non soccombere alla paura, saluto tutti.
- buongiorno a tutti - dico con voce che dovrebbe apparire sicura, ma non sono convinto del risultato.
Tutti, a turno, appena fanno una pausa da quello che stanno facendo, si voltano e mi rispondono.
In particolare, una delle tre figure misteriose si avvina un po’ e mi saluta, facendosi riconoscere. È la dottoressa che mi ha visitato e che mi opererà insieme al professore, una figura di riferimento nel campo della cardiologia. La dottoressa, già a quarant'anni, è anche lei un nome notissimo, anche negli Usa, da dove ha ricevuto un riconoscimento dall'american college of cardiology di atlanta. È una dei pochi medici che vanno all'estero non per aggiornarsi ma per fare lezione agli altri. La vista dei suoi grandi e rassicuranti occhi mi infondono serenità, nonostante il freddo della sala. 

Dopo poco, un'infermiera mi si avvicina al volto, mostrandomi due luccicanti occhioni neri che spuntano tra cuffia e maschera, e mi parla:
- ora la prepariamo, però prima passi sul lettino.
Con l'aiuto dell'uomo di Parigi, che mi da istruzioni e tiene ferma la barella, opero il trasbordo sullo stretto lettino sormontato da un grande macchinario, che immagino essere una specie di schermo per fare lastre o altro per osservarmi nel corpo.
Dopo una spatolata di disinfettante, vengo prontamente coperto da vari strati di lenzuoli e teli che lasciano scoperto solo la parte attorno all'inguine.
Tutt'attorno è un brulicare di manovre e preparativi. Gli apparecchi più vicini a me vengono rivestiti di protezioni in plastica trasparente, mettono due spalliere laterali al letto dove devo riporre le braccia, la paretona dai monitor viene avvicinata, mi ricoprono ancora con un pesante lenzuolo verde scuro.

Il parigino, dal fondo della sala, mi chiede: quanto pesa? Ottantaquattro, rispondo prontamente, sapendo che questa informazione gli serve per preparare la dose corretta di un medicinale, probabilmente un calmante, visto che mi faranno solo due anestesie locali. Negli inguini, perchè è dalle vene femorali che i medici risaliranno al cuore, con due sonde da quasi cinquanta centimetri.
Mentre l'anestesista sta preparando la sua pozione, sento le altre persone parlare di una calcolatrice. Le tre voci, due donne ed un uomo, si alternano.
- dove troviamo una nuova calcolatrice?
- bisognerebbe cercare nell'ufficio al secondo piano, ne ho vista una che sarebbe proprio adatta.
- ok, per oggi usiamo questa.

Resto basito. Calcolatrice? Mi domando, chiedendomi a cosa mai possa servire uno strumento così banale in una sala tecnologica come questa. Mentre sono assorto, due mani pesanti e decise mi tastano e quasi mi fanno male. Evidentemente cercano di sentire le pulsazioni delle due grosse vene.
- Stefano, adesso le faccio le punture di anestesia, sentirà pungere e bruciare un po’. Poi procederemo. - la dottoressa mi avvisa. Proprio con lo stesso modo di fare di Chiara, che immagino ancora intenta a controllare l'infusione della flebo della signora Antonia.
- va bene.
Come dal dentista, il liquido anestetico travasa dai pungenti distillatori e si lascia sentire irrorare nelle carni. Un breve periodo di brulichio poi tutto finisce.
Mentre son li che attendo la prossima mossa, sento aprirsi e chiudere le porte. Scorgo quindi una nuova figura celata da un completo in azzurro chiaro. Dal tono della voce e da come si rivolge agli altri capisco che si tratta del primario, il professore responsabile dell'equipe chirurgica. Dopo qualche tempo, la sua figura fa capolino dallo schermo protettivo, una specie di scudo di plastica, che separa la parte alta del lettino dalla zona dove operano i medici. Un altro paio di occhi simpatici accompagnano un saluto, cui rispondo con un gelido salve, dovuto alla tensione.
Tensione che il continuo bippare del cardiofrequenzimetro non aiuta a smussare. Anzi, quando le mani decise della dottoressa tornano a tastare e poi ad infilzare entrambi gli inguini, mi sento assalire da mille dubbi e paure. Ora sono li sdraiato, con i due aghi introduttori nelle vene, pronto per essere usato come fa un elettricista impiantista con le canaline di una casa, quando deve far correre i cavi elettrici. Non è una sensazione simpatica.

Quando poi, una specie di citofono emette un improvviso e lungo beep, ho un soprassalto. Per un attimo penso ad un qualche allarme che indica l'insorgenza di un'inaspettata complicazione. Basta però poco per capire che nulla di strano sta avvenendo, dato che tutti sono tranquilli ed intenti nelle loro attività. In particolare sento che l'infermiera dagli occhi neri sta strappando delle collose coperture da lunghe confezioni. Che siano i contenitori delle sonde, mi chiedo.
Dopo poco, la dottoressa mi mostra il cateterino che sta per inserire. Pur con la mia miopia, mi rendo conto che si tratta di una cannula molto piccola. Che impressione pensare che tra qualche secondo quel tubicino di plastica porterà una microcamera dentro al mio cuore. Che batte regolarmente nel mio petto. Mi tranquillizzo un'altra volta. È un continuo di alti e bassi.

Quando sento spingere ripetutamente sul mio basso ventre, realizzo che la prima cannula sta per adempiere al suo compito. Resto ad ascoltare il più assoluto silenzio delle persone nella sala, interrotto solo dai suoni ripetitivi dei vari monitor. Ascolto anche dentro di me, mi basta poco per sentire qualcosa che mi risale dentro il petto. Sta scavando con delicatezza, risale la corrente arteriosa fino ad entrare nell'atrio sinistro. Da quel punto, la sonda manda delle immagini su uno dei monitor, osservando le quali i medici possono verificare la reale dimensione del difetto inter atriale, basandosi su una misurazione precisa.

Per averlo saputo dalla dottoressa durante un incontro preliminare, so grosso modo cosa stanno facendo e cosa faranno i medici. Misurato il buco sulla membrana che separa i due atrii del cuore, calcoleranno la misura più adatta della protesi. Quindi questa verrà inserita in un altro catetere che la spingerà nel cuore entrando dalla vena femorale, sulla destra. Quindi, con opportune manovre, la sonda, composta da due specie di dischi ripiegati, verrà inserita nell'atrio sinistro per una parte, lasciando l'altra parte nell'atrio destro. Al momento e nella posizione giusti, la protesi verrà rilasciata. Questa si espanderà andando ad occludere il buco. I due dischi verranno quindi bloccati per sempre in quella posizione per mezzo di un piccolo perno. Fatto ciò, l'intervento sarà finito. Praticamente come in un video gioco dove conta la precisione dei movimenti.

Ad un certo punto, una delle tre figure inizia a recitare una serie di numeri. Venticinque, ventidue, venti punto cinque. Ad ogni numero, un'altra voce di donna risponde poco dopo con altri numeri. Ora capisco tutta quell'apprensione per la calcolatrice. Stanno registrando le dimensioni del buco da varie posizioni e, con una serie di calcoli, definiscono i vari punti dimensionali della protesi. Durante la litania dei numeri, riesco a sorridere di questo strano contrasto: in una sala dove si usano apparecchiature sofisticatissime, un ruolo determinante è giocato da una semplice calcolatrice da tavolo, come quelle che usano i ragionieri. Evidentemente, i medici si fidano di più di un controllo manuale su tali calcoli che si penserebbe potrebbero essere affidati ad un software. Sanno il fatto loro, penso, e nuovamente mi tranquillizzo.

Trascorrono alcuni minuti durante i quali ascolto una specie di conto alla rovescia, in cui le due donne recitano a turno i valori di due serie, correlate tra loro, di valori discendenti. Diciassette e otto sono gli ultimi due.
La dottoressa può quindi aggiornarmi sui risultati:
- il difetto è di due centimetri! - dice con soddisfazione ed una certa dose di sorpresa.
Gli esami diagnostici aveva evidenziato uno spazio di circa un centimetro. Ora la sonda ha dimostrato che il problema è grande il doppio. Considerando che il setto è lungo complessivamente circa sei centimetri, come verrò a sapere più tardi, il foro nel mio cuore misura quasi un terzo.
Capisco che si tratta di una specie di sorpresa ed emetto un verso strozzato. Al chè il professore si sporge nuovamente verso la mia parte e mi dice:
- dica, dica pure.
- mi viene spontaneo un tipico commento in siciliano... - dico.
- e allora commenti - mi invita il medico, ed io non mi lascio sfuggire l'occasione per lucidare la mia faccia tosta:
- minchia !! - con una particolare sottolineatura sulla emme iniziale e sulla a finale.
Immagino il sorriso di distensione delle quattro persone nella sala e ripenso alla questione del soffio al cuore.

Sapevo fin da piccolo di questo problema, diagnosticato quasi subito dal cardiologo infantile. Da bambino, sopratutto i nonni si prodigavano in raccomandazioni affinchè non mi producessi in sforzi eccessivi. Queste tre parole, soffio al cuore, dal suono tanto delicato, mi creavano talvolta dei brutti pensieri che svanirono con l'avanzare dell'età. Per tutta la mia vita sono stato consapevole di questo fatto, senza però mai approfondire la questione. Fino a due anni addietro, quando un'altra giovane donna medico mi convinse a fare i dovuti controlli. Devo quindi ringraziare la professionalità di quel medico, che lavorava al centro fitness dove andavo a nuotare, se in futuro non avrò i disturbi cardiocircolatori tipici di questo difetto. Se non si fosse intervenuto, a breve avrei patito un'aumentata probabilità dell'insorgenza di ictus e, verso i sessant'anni (che spero di raggiungere in salute), gravi forme di deficienza circolatoria e della capacità cardiaca. Ciò dipende anche dal fatto che il volume dell'atrio destro, a causa dell'imprevisto ed inopportuno afflusso extra di sangue arterioso di passaggio per il buco, sarebbe sempre più aumentato. Creando scompensi. Insomma, un quadro altamente problematico che in questo momento si sta dissolvendo.

Praticamente più del trenta per cento delle persone crescono con un forellino, mediamente di due o cinque millimetri. Il chè non da quasi alcun problema (tranne per chi farà lunghe e profonde immersioni). In pochi casi il forellino si presenta più come un vero e proprio buco. Cui dovrà essere posto rimedio in età adulta, se non si riesce nei primi mesi di vita. Questo benedetto forellino sul setto che divide i due atri, in epoca embrionale serve per la circolazione in forma ridotta del sangue entro il cuore. Dato che i polmoni non funzionano e l'ossigeno deriva dal cordone ombelicale. Al momento del primo respiro dopo la nascita, inizia il processo di chiusura del foro, che evidentemente nel mio caso non è avvenuto. Insomma, forse è vero che la classica sculacciata al neonato per farlo piangere avrebbe degli ulteriori effetti benefici secondari. Quando abbandonai il ventre materno successe qualcosa, rimasi senza fiato per qualche tempo, poi diventai viola, forse a causa di un colpo di freddo. Ovviamente non ho ricordi diretti, ma posso immaginare che in quel trambusto, nessuno tra medico ginecologo ed infermieri vari in sala parto si ricordo di darmi una sonora pacca sul culetto raggrinzito. Così, la piccola membranina dentro il cuoricino non prese mai a richiudersi. Forse che sia il caso di denunciare un caso di malasanità postuma (dopo quasi quarant'anni)?

Ma torniamo a dove eravamo rimasti, al gran minchia pronunciato in siciliano con doppio esclamativo.
Quello è stato come una specie di segnale di ripresa lavori. La morettina torna a strappare altri involucri, con il tipico rumore che fa lo scotch quando viene scollato dalle confezioni di plastica. Si tratta del secondo catetere, altri cinquanta centimetri di tubicino in procinto di essere risucchiati nella vena. Il professore e la dottoressa armeggiano con la protesi, di cui stanno scegliendo il modello della mia misura. Il parigino, non so dove sia, visto il suo silenzio, ma voglio immaginarlo attento ad osservare l'andamento dei miei parametri vitali su un monitor in un angolo della sala, fuori dalla mia visuale.

Ci siamo, è il momento clou. Me ne accorgo a causa di due fatti: premono nuovamente con forza sugli inguini ed una fitta mi sovviene alla schiena. Una specie di dolore intercostale che per un attimo mi taglia il respiro. Faccia tosta non si tira indietro, per cui avverto:
- ehm, sento una forte fitta alla schiena...
- tutto a posto, siamo noi, tranquillo - mi risponde il professore.
Poi sento chiaramente qualcosa di più grosso navigare dentro il petto. Una sensazione di oppressione mi assale, sento che l'esofago si contrae. È come se mi fosse rimasto un boccone duro a metà del canale. Come se avessi ingoiato io una delle ostriche parigine, buone, ma con tutto il guscio. Fortunatamente, senza che io debba far nulla, il blocco passa e torno a respirare normale. Forse hanno finito, o quasi.

Passano pochissimi minuti e li sento dire:
- Stefano! Abbiamo fatto, tutto a posto. Ora ti liberiamo.
La dottoressa si sporge verso di me e mi rivolge la mano con il pollice alzato. Le sorrido e le dico grazie sotto voce. Pensando al buco di due centimetri che mi hanno appena chiuso, con che mi hanno posto al riparo da gravi rischi, non riesco a trattenermi. Ed inizio a lacrimare.
Mi sforzo di trattenermi e non mi accorgo che in un attimo sono stati estratti tutte le mini tubazioni, mi fanno un'ultima fotografia medica al petto, spostano alcuni attrezzi, tra cui la parte mobile dei monitor ed i due dottori lasciano la sala.
Resto
con la morettina, che mi libera dalle coperture, e con il parigino che si avvicina con il lettino a rotelle.
Non posso fare a meno di dirgli:
- ma sa che ho voglia di piangere. E non so perchè...
- guardi che è normale, non c'è niente di male.
E allora giù uno sfogo liberatorio proprio mentre l'uomo mi avvisa di muovermi con cautela, senza piegare le gambe, perchè i due aghi introduttori di circa dieci centimetri sono ancora li dentro alle mie vene femorali. Mi riprendo subito e mi sposto. Saluto la morettina ancora intenta a sistemare oggetti in sala mentre vengo fatto passare per la grande porta automatica.
Fuori in corridoio mi rivolgo all'anestesista:
- scusi, ma cosa è quella cosa che ha mangiato di tanto buono a Parigi? Vissiè, vis qualcosa...
E lui, senza minimamente scomporsi per questa mia intrusione, anzi con il viso sorridente ed abbronzato, mi risponde:
- ostriche. In quantità e buonissime.

Ora sono di nuovo sotto le amorevoli cure di Chiara. Colpi di tosse per favorire l'estrazione dei due aghi. Lenti movimenti delle gambe per aiutarla ad incerottarmi cosce ed inguini. Pochi minuti e torno davanti alle braccia di Stefano, the pelvis. Con un percorso che mi sembra molto più breve di quello d'andata, rientro in corsia, dove rivedo il viso sorridente di mia moglie, rimasta per quasi un'ora e mezza ad aspettarmi, in amorevole apprensione. Ora ho il cuore rimesso a nuovo, entro poche settimane il volume dell'atrio destro tornerà nella norma, e già domani tornerò a casa, alla mia vita normale. Sarò sempre riconoscente a tutte le persone che ho incontrato in questa giornata, che mai potrò dimenticare per l'intensità delle emozioni provate, anche fisicamente. E ringrazio gli sconosciuti ricercatori che portano avanti studi su strumenti e soluzioni per migliorare le metodiche di cura. Pensare che solo due o tre anni fa questa stessa operazione, durata oggi circa venti minuti, richiedeva invece più di un'ora e mezza con il paziente in anestesia totale, fa davvero impressione.




Sent from my BlackBerry® wireless device   

 


 Stampa   
Copyright (c) 2000-2006